cosa metterai nel tuo barattolo?

sabato pomeriggio 14 Maggio, terza edizione del barattolo della vita.

un laboratorio che è un insieme  nutrimento e coccole, utili input.

per un bilancio di quello che abbiamo fatto e un ripartire verso obiettivi che ci fanno bene al cuore.

per rinventarci, amarci, perdonarci.

comunque un pomeriggio piacevolissimo e di benessere, per lasciare lo stress in modo inaspettato e creativo.

il nostro corpo risponde ad immagini mentali come se fossero realtà;

le immagini non sono solo visuali ed includono ogni modalità, uditiva, olfattiva, gustativa e somato sensoriale.

 Damasio (1994)

Tu cosa metterai nel tuo? ecco cosa hanno messo i partecipanti nei loro le-foto del barattolo della vita terza edizione

qui le foto del laboratorio della scorsa settimana Acqua e sale

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auguri ORIGINALI

perchè l'originalità si riconosce. anche la grazia e il sorriso e l'educazione.

perchè gli auguri si fanno con sincerità, o è meglio non farli affatto.

meno che mai auguri sarcastici [dal greco sarkasmos, da sarkazein - mordersi le labbra per la rabbia].

perchè l'ironia è diversa dal sarcasmo.

perchè chi non sa inventare continuerà sempre e solo a copiare e a convincere se stesso e gli altri che in se non ha nulla di originale.

perchè chi inventa continuerà ad avere nuove idee, chi copia sarà sempre dipendente da quelle degli altri.

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Buon 1° Maggio

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Aria Nuvole ed altri incontri

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anche per chi non sa come si fa

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nessuna cicatrice

Dimenticare il dolore è difficilissimo, ma ricordare la dolcezza lo è ancora di più.

La felicità non ci lascia cicatrici da mostrare.

Dalla quiete impariamo così poco.

Chuck Palahniuk

quello che dicevo qualche giorno fa.

Credo sia il motivo per cui scriviamo, dipingiamo nella tristezza ma non nella felicità.

Per elaborarla, entrarci dentro, uscirne fuori in un modo nuovo.

Dovremmo farci un elenco delle cose che ci piacciono invece, scrivere post it ovunque che ci ricordino cosa ci da piacere, cosa ci ha fatto bene al cuore, così non potremmo dimenticarcelo, no.

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La Rabbia (II parte) …..

emozioni,rabbia,collera,ira

“ La collera, in effetti, sembra prestareFino ad un certo punto orecchio alla ragione,epperò intende malamente, alla maniera di quei servitori frettolosiche escono correndo prima di aver ascoltatofino in fondo ciò che viene detto loro,e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine ..”AristoteleProviamo ora ad analizzare che cosa ci fa arrabbiare; denominatore comune a molti antecedenti della rabbia come abbiamo visto nel post precedente sono la frustrazione e la costrizione, ma il nesso non è affatto semplice, perché la frustrazione in sé non è condizione né sufficiente né necessaria per gli scoppi di ira. Insieme a queste due micce conta molto la responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che si comporta male con noi, specialmente nel caso di persone a cui si è legati e che quindi dovrebbero prendersi a cuore il nostro benessere. Insomma l’elemento determinante non è mai uno solo, ma una combinazione di comportamenti che giudichiamo sbagliati, fatti da una particolare persona ed in circostanze specifiche.Le ricerche compiute sul comportamento di specie diverse dall’uomo ci hanno mostrato che la rabbia e le frequenti manifestazioni aggressive che ne conseguono sono scatenate da motivi direttamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e dei piccoli, e alla difesa del cibo e del territorio.L’espressione mimica e corporea della rabbia che è stata osservata nei primati non umani per alcuni aspetti assomiglia moltissimo a quella degli esseri umani, fino a sembrarne quasi una caricatura.Negli animali il mostrare i denti, il ringhiare, l’aumento della massa di peli che si rizzano hanno la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.Gli animali manifestano ira e spesso attaccano quando qualcosa gli spaventa, quando sono aggrediti dai predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per difendere i propri piccoli, per cacciare un intruso dal proprio territorio.Si potrebbe pensare che la messa in scena dell’ostilità degli animali abbia una funzione analoga alle aggressioni verbali che negli esseri umani sono più frequenti degli attacchi fisici. Negli umani, alla base dei motivi più spesso addotti per giustificare un attacco di rabbia c’è il desiderio di raddrizzare ciò che sembra essere sbagliato, affermare la propria indipendenza e migliorare la propria immagine.D’altro canto si è anche visto che a volte l’animale può anche inibire completamente il suo comportamento aggressivo e adottarne uno del tutto diverso, come lisciarsi le penne o regredire ad un comportamento tipico di un animale più giovane, per ostacolare l’aggressione dell’altro. Analogamente l’uomo può mettere in atto meccanismi ovviamente più complessi (i “meccanismi di difesa”) che servono proprio a proteggere la coscienza da un’emozione dolorosa o inaccettabile oppure a evitare di esporvisi.Di seguito un esempio che illustra questi meccanismi di difesa applicati alla rabbia:Situazione: il capo entra nel vostro ufficio per dirvi di fare più in fretta, darvi una mossa, mentre voi siete già oberati di lavoro ….Passaggio all’azione: lo insultateSpostamento: dopo che è uscito, spostate la vostra rabbia sul vostro assistenteRegressione: andate dritti al distributore automatico per divorarvi golosamente una barretta di cioccolatoSomatizzazione: più tardi vi viene il mal di testa o il mal di panciaEvitamento: vivete tutta la scena in uno stato di indifferenza emotiva Proiezione: pensate che lui vi odi (attribuite a lui il vostro odio nei suoi riguardi) Vari studi sulle ragioni addotte e sugli scopi che ci si prefigge di raggiungere manifestando la rabbia hanno trovato che esistono tre tipi di rabbia che assolvono a funzioni abbastanza diverse:La rabbia malevola: che la lo scopo di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito e comunque per esprimere odio e disapprovazioneLa rabbia costruttiva: che ha lo scopo di modificare il comportamento altrui, di rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà e indipendenza.La rabbia esplosiva: che serve principalmente per dare sfogo alle tensioni e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di rompere il rapporto.Quello che è certo che i due peggiori modi per gestire la propria rabbia sono:L’esplosione: lasciandola esplodere in maniera incontrollata o per futili motivi. E’ il caso delle arrabbiature di cui si pente, che si portano dietro strascichi inutili, lasciano rancori tenaci o rendono addirittura ridicoli. Questi eccessi di collera ci permettono a volte di ottenere ciò che si vuole a breve termine, ma a prezzo di conseguenze nefaste a lungo termine nei rapporti con gli altri.L’inibizione: reprimere completamente la propria rabbia dissimulandola all’altro e talvolta a se stessi. In questo caso si rischia di covare un cumulo di rabbia dannosa, passando inoltre per persone che è possibile contrariare senza alcun timore. Questo eccesivo ritegno rischia, prima o poi, di farci precipitare brutalmente nella situazione precedente, perché a furia di accumulare rabbia, si finisce per esplodere e spesso nel momento meno opportuno.Come fare allora????Provare a ridurre i motivi di irritazione rendendoci la vita più gradevole anche nei dettagli e facendo in modo di ritagliarci il più possibile momenti piacevoli, ottimi paraurti contro le cause di irritazione.Riflettere sulle nostre priorità mantenendo sempre il dialogo con noi stessi: “ci arrabbiamo perché pensiamo” (teoria cognitiva) per cui: “pensiamo in modo diverso e ci arrabbieremo meno spesso” . Scopriamo le nostre convinzioni di base che scatenano in noi la collera e proviamo a renderle meno rigide, ad esempio: “le persone devono comportarsi con me come io mi comporto con loro, altrimenti è insopportabile e quindi si meritano la mia rabbia” potrebbe diventare: “non mi piace che le persone non si comportino con me come io mi comporto con loro, ma posso sopportarlo esprimendo però il mio punto di vista”.Consideriamo il punto di vista dell’altro lasciando all’altro il tempo di esprimerlo : ascoltiamo!!!Rimaniamo concentrati sul comportamento che ci ha fatto arrabbiare, anziché attaccare la persona: “Messaggio IO” … “IO MI SENTO  …..quando tu ….. e quindi …..”In sintesi quando ci arrabbiamo dovremmo cercare di salvaguardare almeno quattro cose:Un decente rapporto con la persona con cui ci arrabbiaLa difesa dei nostri interessi e la possibilità di far presente le nostre ragioniLa nostra salute e il nostro equilibrioUna delle preoccupazioni più comuni e comprensibili è di non perdere la testa, non dire o fare cose di cui ci si pentirà dopo, e così via. Insomma si teme che la maggiore impulsività ed energia scatenate dalla rabbia inducano comportamenti che non ci sono propri. Infatti si dice “ero fuori di me”, “non ero più io”, perché la rabbia è letteralmente una passione, che fa patire/subire il senso di essere invasi (invasati), in preda ad una forza superiore al nostro potere.Puoi anche leggere qui  

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La Rabbia (I parte) …..

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“Non fatemi arrabbiare, non sono per niente simpatico, quando mi arrabbio …” HulkNon vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia. La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.Per Izard la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta. ............ e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

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sei uguale o diverso?

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col senno di poi…dissennati..e rifatti

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e mò dillo ad Obama……..

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L’importanza del Setting: dove, come, quando, quanto, per quanto tempo, quante volte?

Setting dal verbo inglese to set, la traduzione letterale è allestire, mettere a punto e dunque regolare, sistemare, ordinare, mettere dei confini, come fa la nostra mente che continuamente organizza e ordina.
Quante difficoltà nella vita sono dovute all’assenza di regole e confini?

Per questo motivo sentirete parlare di regole la prima volta (e se c’è bisogno anche dopo) in cui entrerete in un gruppo di terapia, parteciperete ad un laboratorio di counseling o, più semplicemente, deciderete di fare un percorso di crescita personale.

Il setting è l’insieme di regole che organizzano i comportamenti attraverso i quali il professionista (psicoterapeuta, psicologo, counselor) si esprime nelle modalità relazionali più idonee ed efficaci per il tipo di intervento.
Le regole contengono, danno sicurezza e protezione all’interno di un contenitore che è la relazione.

In primo luogo per setting si intende lo spazio fisico e quello temporale.

L’immaginario collettivo è rimasto agli inizi del 900: distesi sul lettino, col terapeuta freudiano alle spalle, due incontri la settimana.
Fumetti, barzellette e l’ultima pubblicità con Francesco Totti giocano proprio con queste idee, rafforzandole.

Al principio nel mio studio avevo messo un divano e ricordo un cliente ancora sulla porta mi chiese spaventato: devo stendermi?

Trattenni un sorriso, per via di quell’idea (falsa ed antiquata) che molti di noi hanno nei confronti di professioni di sostegno.

Quello che avviene invece in un incontro di counseling individuale è di sedervi su comode poltrone vis a vis con chi vi ascolterà.
A volte si può lavorare anche per terra, su cuscini, modalità che ad esempio io uso nei gruppi di artcounseling.
Si sta bene, si crea in breve tempo una sensazione di vicinanza e calore.
Il setting come spazio fisico include la scelta dei colori dello studio, la disposizione delle poltrone, la distanza tra esse, eventuali oggetti tra le due, come un tavolino o un tappeto.
Lo spazio fisico creato dal professionista per accogliervi, libri, quadri, computer e altro che vi riveleranno tacitamente la personalità, l’età (sbirciate sulle lauree e diplomi) i gusti, alcuni lati del carattere.

Troppo o troppo poco per voi. Personale, impersonale, colorato, monocolore, spartano, ricco, pomposo.
Il luogo sarà un elemento importante.
Come vi piace sentirvi? Vi corrisponde il luogo per accogliere il corpo, le parole, i gesti, le lacrime ed i sorrisi?

Fa parte del setting sia la durata di un singolo incontro che la durata totale del percorso: a volte può essere sufficiente un incontro solo, la norma è di 8-12 totali.
La frequenza può essere di un incontro settimanale o ogni 15 giorni.
Questo vuol dire che un percorso vi accompagnerà per circa due mesi se vedete il vostro counselor tutte le settimane.

Con la vita frenetica, gli incastri tra molti doveri e qualche piacere chi può ancora permettersi anche solo l’idea di incontrare una persona due volte la settimana per anni?
Questa era l’idea che avevo un tempo: avvertivo la necessità di essere ascoltata, potermi sfogare, lasciare pesi e dispiaceri e prendermi in breve tempo nuove competenze, ma non potevo permettermi due incontri la settimana.
Chi può economicamente di solito ha troppo da fare, e chi non ha da fare non può economicamente.
Il counseling era una risposta accessibile per me e così ho iniziato la mia storia (vedi il mio video qui - di qualche anno fa).

Il setting è dunque anche lo spazio temporale, ovvero il tempo che avrete a disposizione, sia che lo usiate sia che non lo usiate.

C’è chi arriva in ritardo o non arriva affatto, chi puntualmente avvisa che non ce la fa solo qualche minuto prima del colloquio.
C’è chi arriva con trenta minuti di anticipo e sconfina nel tempo di un altro.
Chi vuole trattenere il terapeuta, il counselor o i compagni del gruppo sulla porta.

Perciò, anche se quando arrivate in un gruppo o in uno studio le regole non le capite, fidatevi.
Ci sono ottimi motivi per averle.
Anzi, il fatto che cercherete di contestarle, non seguirle, spingere altri a trasgredirle insieme a voi, sarà una occasione imperdibile per la vostra crescita.

Ci sono regole esplicite ed implicite, ma in ogni caso sono lì perché definiscono i contorni o se volete appunto, i confini della relazione tra voi e chi vi sostiene.
L’approccio Gestalt in particolare parte proprio dal confine/contatto per descrivere e verificare, prendere consapevolezza e modificare quali sono i meccanismi di interruzione nel contatto e mancato contatto.

In altre parole dove il nostro mettere confini troppo rigidi con il mondo o non metterne affatto ci crea problemi di vario genere nella quotidianità.

Ed ancora: i confini del setting ovvero le regole che delimitano l’intervento sono i costi anche in caso di assenza, la confidenzialità, i telefoni…..
Personalmente da cliente non accetterei un terapeuta che lascia acceso e che risponde al cellulare nella mia ora. (Ce ne sono!) .
I confini per me tutelano entrambe le persone nella relazione, e non una a scapito dell’altra.

E’ come dire al cliente: devi essere presente e puntuale agli incontri ma io posso arrivare in ritardo o non venire affatto. (il messaggio nascosto mi sembrerebbe: io valgo di più di te. Oppure all’opposto se il cliente si “dimentica” ripetutamente di pagare e io non riesco a dire nulla, intanto non sono un buon esempio di assertività ma gli sto anche passando il messaggio: io non valgo molto. Tu puoi cancellare le sedute, quando vuoi, non dovrai pagarle: il messaggio è il mio tempo vale meno del tuo. Io posso essere scaricata in ogni momento, non ho una vita, fanne quello che vuoi. Ciò che fate e non fate, nel farvi rispettare o meno, anche come genitori, sono in realtà messaggi: su voi stessi e sui vostri confini.
Il comportamento veicola se siete rigidi, flessibili, molli come budini, inesistenti, freddi come ghiaccio, taglienti come coltelli, impauriti, deleganti, indipendenti, contro dipendenti.
Il confine è la prova dell’esistenza e resistenza. Avete visto un bambino nella culla che cerca i confini?
Vuole sentirsi contenuto. Non nel vuoto cosmico.
L’assenza di confini spaventa, la costrizione nei confini castra. Trovare il proprio equilibrio nei confini è un esercizio continuo.

Se negli incontri di gruppo il cellulare va sempre spento nell’interesse e rispetto del gruppo intero, negli incontri individuali chiedo al mio cliente di potersi dedicare del tempo solo per se, ma è una sua scelta di poter lasciare il cellulare acceso nel suo tempo, di poter essere distratto e tirato fuori dai suoi pensieri ed emozioni.

Perché capita e mi rendo conto che a volte è necessario.
A volte però una persona nel lasciare il telefono acceso sta comunicando la sua ansia, perché è convinta che l’ufficio bruci o il bambino (ottimamente affidato) sia in pericolo costante.
Un telefono mai spento può nascondere dipendenza, paura di scomparire nel momento in cui non sono raggiungibile, tentativo (impossibile) di voler essere ovunque contemporaneamente.

Insomma io suggerisco ai clienti di spegnerlo, ma non lo impongo.

In alcuni casi ammetto una certa flessibilità nelle regole, perché la rigidità è necessaria con alcuni ma non con tutti: un cliente che spesso manca gli incontri, arriva in ritardo e pretende di recuperare il tempo che lui ha perso, sposta uno stesso colloquio anche due, tre volte, pretendere disponibilità senza poi presentarsi va aiutato attraverso le regole in modo opposto al cliente che è sempre (fin troppo) preciso e rigido nei comportamenti.
Nel primo caso la relazione avrà un possibile beneficio indiretto di aiutarlo a rispettare i tempi, spazi e persone. Nel secondo una certa flessibilità potrà essere sperimentata a piccoli morsi in luogo sicuro.

Vedetela così: in ogni relazione ci sono regole, alcune visibili ed altre invisibili.

Sono lì a dire: io sono così. E tu?
La relazione è infatti il principale elemento del setting.

Perciò il (terapeuta, counselor, psicologo…) con il suo modo di essere, di pensare, intendere gli eventi e se stesso/a, il rapporto con le proprie emozioni / il proprio corpo / le proprie relazioni fanno parte del setting.

La sua professionalità, umanità, preparazione, competenza, serietà, etica sono elementi fondanti di una relazione emotiva, intellettuale, affettiva, cognitiva che si crea (oppure no) con il cliente.

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